di Massimo Reina
Ah, la magistratura italiana! Sempre sul pezzo, sempre vigile, sempre pronta a colpire… quando serve. A chi? Ma è ovvio: a quelli sbagliati, ovvero quelli di destra. Perché se c’è una certezza granitica nella Repubblica Italiana, oltre alla disoccupazione e alle tasse record, è che la giustizia è indipendente. Certo, indipendente dalla logica, dal buon senso e, soprattutto, da qualunque governo non sia benedetto dalle correnti “giuste”.
Adesso, come abbiamo scritto in un precedente articolo, è il turno di Giorgia Meloni. La colpa, quella vera? Semplice: aver osato proporre una riforma della giustizia che toglie potere ai giudici politicizzati e mette un freno alle carriere costruite nelle segreterie di partito anziché nelle aule di tribunale.
La giustizia indipendente… dai governi sgraditi
Ora, se avete vissuto sulla Luna negli ultimi decenni, lasciate che vi aggiorni. In Italia non si fa politica contro la magistratura: è la magistratura che fa politica contro i governi non graditi. Lo ha imparato Berlusconi, che in vent’anni ha collezionato più processi di Al Capone, Osama Bin Laden e Totò Riina messi insieme. E ora, a quanto pare, tocca alla Meloni.
Perché parliamoci chiaro: se un governo propone una riforma della giustizia, in un paese normale si apre un dibattito. In Italia si apre un’indagine.
Eh sì, perché Meloni non ha semplicemente proposto di dimezzare i tempi della giustizia o di garantire processi più equi. No, no. Ha osato fare la cosa più impensabile: limitare il potere discrezionale delle toghe. Il che, tradotto, significa: niente più giudici che diventano star dei talk show, niente più pm che fanno campagna elettorale sotto la toga, niente più processi che durano vent’anni per poi finire in una bolla di sapone.