Colors: Orange Color

 

di  Lorenzo Rossomandi

 

Come è ormai consuetudine, dopo pochi minuti dalla notizia dell’arresto di Cecilia Sala in IRAN, nei social pullulavano migliaia di post di questo tenore:
Ma chi gliel’ha fatto fare!

 

di  Guendalina Middei

 

Vedete questa foto? Sta spopolando, tutti ne parlano, tutti la commentano, tantissimi la criticano, pochi, davvero pochi, ne hanno colto il vero significato! Pochi sapranno coglierne la bellezza, ma se la guardate con attenzione, capirete qualcosa che a tutti gli altri è sfuggito.

 

di  Massimo Reina

 

I primi ribelli della guerra civile siriana, che è iniziata nel 2011, erano in gran parte cittadini siriani che protestavano contro il regime di Bashar al-Assad, e molti di loro erano civili, disertori dell'esercito e soldati siriani che si opposero al governo. Le prime manifestazioni di protesta pacifica erano sostenute principalmente da gruppi di attivisti locali, intellettuali e giovani che chiedevano riforme politiche e la fine delle repressioni del regime. Quando le manifestazioni vennero brutalmente represse, alcuni di questi manifestanti si armarono e si unirono alla resistenza, formando i primi gruppi ribelli locali.

 

di  Massimo Reina

 

Che gli Stati Uniti abbiano da sempre una capacità unica nel prendersi il monopolio della morale universale, mentre nel frattempo giocano sporco in ogni angolo del mondo, non è una novità. Ma c'è qualcosa di ancora più ipocrita, quasi grottesco, nel modo in cui il governo americano – quello uscente di Joe Biden, l'eroe dei diritti umani solo quando conviene – ha reagito all’allarme lanciato da un’organizzazione da loro stessi creata: la Famine Early Warning Systems Network (FEWS NET). L'agenzia ha pubblicato un rapporto che grida al mondo l’imminente catastrofe umanitaria nel nord di Gaza, causata dagli attacchi israeliani e dalla devastazione del tessuto civile e umanitario. La risposta di Washington? Semplice: negare, screditare e tacciare di tempismo sospetto chi prova a raccontare una verità scomoda.

 

di  Paolo Di Mizio

 

L’anno scorso di questi tempi – tra Natale e Capodanno – circolò un video ripreso dalla telecamera sul casco d’un soldato russo. La sua pattuglia perlustra un bosco col terreno innevato. D’improvviso si imbatte in una pattuglia di ucraini. I due gruppi sono a poca distanza l’uno dall’altro e si acquattano nella neve tra gli alberi. Si fronteggiano senza sparare. Grande silenzio.

 

 

di  Massimo Reina 

 

Una delle principali caratteristiche del movimento woke è il tentativo costante di riscrivere la storia. Questo avviene attraverso la rimozione di statue, la cancellazione di autori e figure storiche, e la reinterpretazione di eventi e opere artistiche secondo una lente contemporanea che giudica il passato con criteri odierni.
Ad esempio, nel 2021, negli Stati Uniti sono state abbattute più di 200 statue di personaggi storici in nome dell’anti-razzismo, tra cui figure come Cristoforo Colombo, Abramo Lincoln e persino Gandhi. Il motivo? Non aderivano agli standard morali del XXI secolo. Ma come può una società crescere senza un confronto critico con il proprio passato?

Questa riscrittura non solo cancella eventi complessi che richiederebbero un’analisi approfondita, ma riduce tutto a una narrazione semplicistica: buoni contro cattivi, oppressori contro oppressi. Si dimentica che la storia è fatta di contraddizioni, sfumature e ambiguità. Ignorare questo significa distruggere il patrimonio culturale e impedire alle nuove generazioni di comprenderne il significato.

La "cancel culture" e il paradosso del progresso

L’arte, la letteratura e il cinema sono diventati bersagli principali della politica woke. I classici vengono reinterpretati o censurati per adattarsi alle sensibilità moderne. Nel 2023, la casa editrice di Roald Dahl ha annunciato la modifica di molti dei suoi libri, eliminando parole come "grasso" e "brutto" dai testi originali per non offendere nessuno. Questo tipo di intervento è una forma di censura che non solo svilisce l’opera originale, ma priva il lettore della possibilità di confrontarsi con il contesto in cui è stata creata.

Nel cinema, il fenomeno è ancora più evidente. I remake woke, come quello di Biancaneve, non solo tradiscono il significato originale delle storie, ma spesso si rivelano fallimenti commerciali. Secondo uno studio del 2022 condotto da The Numbers, i film che promuovono apertamente agende woke hanno una probabilità del 70% più alta di incassare meno rispetto alle previsioni. Questo dimostra che il pubblico non è interessato a prodotti costruiti per predicare ideologie, ma a storie autentiche e coinvolgenti.

L’assurdità delle teorie woke: una cultura di divisione

La politica woke si basa su una serie di teorie che, se analizzate razionalmente, si rivelano prive di fondamento. Tra queste spicca la critical race theory, secondo cui il razzismo non è un comportamento individuale, ma un sistema intrinsecamente radicato in ogni aspetto della società. Questo approccio, invece di promuovere l’uguaglianza, crea divisioni, enfatizzando continuamente le differenze tra le persone.

Un esempio lampante è l’introduzione delle "safe spaces" nei campus universitari americani, aree riservate a specifici gruppi etnici o identitari. Questa pratica, apparentemente volta a proteggere, non fa altro che rinforzare la segregazione, minando l’idea stessa di integrazione. Uno studio del Pew Research Center del 2021 ha rilevato che il 58% degli americani ritiene che queste politiche aumentino le tensioni razziali anziché ridurle.

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