Colors: Orange Color

 

di  Monica Vendrame 

 

A pochi giorni dalla 75esima edizione del Festival di Sanremo, la Rai ha deciso di fare un passo decisivo presentando ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar della Liguria, che aveva giudicato illegittimo l’affidamento diretto dell’organizzazione del Festival della Canzone Italiana alla tv di Stato. La Rai sostiene che il Festival e il suo format siano inseparabili dal marchio Rai, affermando che Sanremo non esisterebbe senza la sua regia televisiva.

 

di Massimo Reina

 

Quando si dice tempismo. Jared Kushner, il talentuoso investitore con il suocero giusto, ha deciso che la tregua tra Israele e Hamas fosse il momento perfetto per entrare in affari con una finanziaria israeliana legata a doppio filo con gli insediamenti illegali in Cisgiordania e sulle Alture del Golan. Perché il caro Jared, oltre a essere stato il consigliere senior di Trump, è anche un filantropo della geopolitica: lui, gli insediamenti e l’energia rinnovabile sulle terre occupate, tutti insieme appassionatamente per un futuro sostenibile. Per Israele, ovviamente.

 

di  Massimo Reina

 

Immaginate di essere in campo per una partita di calcio. Da una parte c'è la squadra dell'accusa, dall'altra quella della difesa. Al centro c'è l'arbitro, che deve giudicare in modo imparziale chi ha ragione e chi ha torto. Ora, provate a immaginare cosa succederebbe se l'arbitro fosse un ex-giocatore di una delle due squadre, che magari ha ancora tanti amici lì dentro. Sarebbe difficile fidarsi del suo giudizio, vero?

 

di Massimo Reina

 

Negli anni ‘60, mentre il mondo tremava per l’escalation della Guerra Fredda, nei corridoi del potere statunitense si stava scrivendo un capitolo surreale della storia moderna. Una trama degna di un thriller politico, con protagonista la CIA, i vertici militari e una dose letale di cinismo istituzionale. Il piano si chiamava “Operazione Northwoods” e, fino alla sua declassificazione, dormiva sepolto in un cassetto della vergogna nazionale. A riportarlo sotto i riflettori è stato il Daily Mail, svelando dettagli che farebbero impallidire anche il più acceso complottista.

 

di  Massimo Reina 

 

In Italia la giustizia è diventata un’arma da guerra. Non contro i criminali, quelli veri, che spesso la fanno franca. Ma contro i governi sgraditi, quelli che osano rimettere mano alle toghe, toccare certi privilegi e minacciare di far saltare il sistema. Lo abbiamo visto con Berlusconi, lo vediamo con Giorgia Meloni. E il caso Almasri è solo l’ultima cartuccia sparata dalla magistratura politicizzata per provare a sfiancare l’esecutivo. Nessuno vuole difendere qualcuno in particolare, chi scrive è dichiaratamente apolitico: ma solo raccontare i fatti, senza discriminazioni di sorta.

Il reato? Essere il governo sbagliato

Riassumiamo i fatti, quelli veri, senza le fanfare dei giornaloni. Osama Njeem, noto anche come Almasri, è il comandante della polizia giudiziaria libica, responsabile della prigione di Mitiga vicino a Tripoli. Il 18 gennaio 2025, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti, accusandolo di crimini contro l'umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, presumibilmente commessi in Libia dal febbraio 2015 in poi.

Il 19 gennaio 2025, Almasri è stato arrestato a Torino, in Italia, ma successivamente rilasciato a causa di un vizio procedurale legato alla mancata consultazione preventiva con il Ministro della Giustizia italiano. Dopo il rilascio, è stato rimpatriato a Tripoli su un volo di Stato italiano, suscitando polemiche e richieste di spiegazioni da parte della CPI. Un caso? No, una trattativa diplomatica non dichiarata, come se ne fanno da decenni in tutto il mondo. Ma siccome a gestirla è il governo Meloni, ecco che la magistratura si risveglia di colpo e apre un’indagine. Siamo ufficialmente nella giustizia a orologeria.

Due pesi e due misure: la “legge” dell’aristocrazia togata

Ora, facciamo un giochino. Casi simili al mondo? Ce ne sono a palate. Ma se li fanno Francia, Germania, UK o USA, tutto a posto. I nostri cugini d'oltralpe proteggono da anni gli ex terroristi delle Brigate Rosse con la famosa "dottrina Mitterrand", fregandosene dei mandati italiani. Nessuno scandalo, nessuna indagine.

Il Regno Unito ha protetto per anni Abu Qatada, predicatore islamista legato ad Al-Qaeda, e ha rifiutato l’estradizione perché in Giordania avrebbero potuto torturarlo. Quando l'Italia chiede un terrorista, guai; quando lo fanno gli USA, subito ai loro piedi. E poi abbiamo la Germania, che nel 2018 arresta Carles Puigdemont, l’ex presidente catalano, su mandato della Spagna. Poi però lo libera perché "mancano i presupposti legali per la ribellione". Ah, quindi gli altri paesi possono valutare i reati altrui, ma se lo fa l’Italia diventa un caso di stato? Infine gli immancabili USA: hanno rifiutato di estradare diversi loro cittadini accusati di crimini da altri paesi. Ma loro possono, perché sono la "democrazia perfetta". E qui ci fermiamo, anche se il discorso sarebbe lungo e coinvolgerebbe anche alcuni “Governi” di centro sinistra, dal Lodo Moro agli anni del PD.

Ora ditemi: dove sono i processi in Francia, UK e Germania per mancata estradizione? Dove sono le inchieste per i governi di quei paesi?

Il bersaglio sono la Meloni e la sua riforma della Giustizia

Diciamoci la verità: il problema non è Almasri. Il problema è che Giorgia Meloni ha osato mettere mano alla magistratura. Ha osato dire che bisogna riformare il sistema, frenare gli eccessi del potere giudiziario e ridare equilibrio alla giustizia. E questa, per certi magistrati, è lesa maestà.

La realtà è che la magistratura in Italia è un potere incontrollato, capace di silurare governi sgraditi e salvare quelli amici. Se lo stesso caso fosse accaduto con un governo di sinistra, non se ne sarebbe parlato nemmeno su un trafiletto di Repubblica.

Ma qui c’è una destra al governo. E allora parte il solito schema: **accusa, indagine, macchina del fango, condanna mediatica prima ancora che giuridica.**

L’ultima farsa della giustizia selettiva

Se la giustizia fosse davvero uguale per tutti, allora Netanyahu, accusato proprio dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra, non sarebbe stato accolto in mezzo mondo con tutti gli onori. Se la giustizia fosse davvero uguale per tutti, allora i terroristi rossi in Francia sarebbero già in carcere. Se la giustizia fosse davvero uguale per tutti, l’America non avrebbe una lunga lista di criminali mai estradati in altri paesi.

Ma la giustizia in Italia non è uguale per tutti. È una giustizia che si muove a comando, secondo il colore del governo in carica. E oggi il colore è sbagliato per chi, nei palazzi della magistratura, ha sempre deciso chi può governare e chi no. Non si tratta di difendere questo o quel politico o partito, ma la democrazia.

Benvenuti nella Repubblica Giudiziaria Italiana, dove la legge non è uguale per tutti, ma per alcuni è molto più uguale che per altri.

 

 

 

di  Massimo Reina

 

Avete presente i giudici che sventolano la Costituzione come fosse una sciarpa da stadio, con quel piglio da ribelli del sistema? Ecco, sono gli stessi che da anni voltano le spalle al popolo italiano, ma oggi si stracciano le vesti perché qualcuno ha osato proporre una riforma che spezzi il loro giocattolino preferito: il sistema attuale, un condominio dove giudici e pubblici ministeri si passano le chiavi di casa, si fanno favori e, quando serve, si proteggono a vicenda.

La riforma sulla separazione delle carriere li ha fatti impazzire. Perché? Perché mette fine a quella comoda ambiguità tra accusa e giudizio, dove il giudice, che dovrebbe essere imparziale, magari è stato fino a ieri collega di corridoio del pubblico ministero. Il tutto condito da un CSM unico, che decide chi fa carriera e chi no, e che – guarda caso – è dominato dalle stesse correnti politiche che si fingono "indipendenti".

Giudici e PM: separati alla nascita? Magari!

Oggi in Italia giudici e pubblici ministeri sono come gemelli siamesi: entrano con lo stesso concorso, fanno lo stesso percorso e rispondono allo stesso padrone, il CSM. Questo crea un sistema assurdo dove chi accusa e chi giudica spesso giocano nella stessa squadra. Non ci credete? Facciamo un esempio semplice.

Il PM vuole arrestare qualcuno. A chi chiede il via libera? Al giudice. E chi è quel giudice? Un suo collega, magari della stessa corrente. Che sorpresa se il giudice approva tutte le richieste del PM, no? È come giocare a poker con un mazzo truccato.

La riforma propone una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria: separare i percorsi di carriera. Giudici da una parte, PM dall’altra, ognuno con il suo concorso, il suo organo di autogoverno (due CSM separati) e la sua autonomia. Tradotto: il giudice torna a essere un arbitro, non un compagno di squadra del PM.

Il CSM: il grande club esclusivo

Sapete come si entra oggi nel Consiglio Superiore della Magistratura, il santuario dove si decide tutto sulle carriere dei magistrati? Devi raccogliere 25-50 firme dei tuoi colleghi. Sembra facile? Non lo è. In realtà, senza il supporto di una corrente politica – quelle simpatiche associazioni che trasformano i magistrati in leader di partito – non vai da nessuna parte.

La riforma dice basta a questo teatrino: niente più giochi di potere interni, niente più correnti politiche che dominano il sistema. Tutto avverrà per sorteggio. Ora ditemi: chi potrebbe essere contrario a una regola così semplice e trasparente? Forse solo chi vive di quei giochi di potere.

Magistrati indisciplinati? Basta pacche sulle spalle

E poi c’è la questione delle violazioni disciplinari. Perché, sì, anche i magistrati sbagliano. La differenza è che quando sbagliano loro, difficilmente pagano. Oggi è il CSM a giudicarli. E, come succede nelle migliori famiglie, le punizioni sono rare e leggere.

Un giudice dimentica un bambino in carcere oltre i termini? “Succede, poverino, aveva problemi familiari.” Un altro guida ubriaco? “Non è degno di nota.” Insomma, la disciplina per i magistrati è una barzelletta.

La riforma propone una soluzione drastica: creare un’Alta Corte Disciplinare composta non solo da magistrati, ma anche da avvocati e professori universitari estratti a sorte. Una commissione che finalmente giudicherà i magistrati in modo serio e imparziale.

Perché tanto terrore?

Le toghe si agitano, parlano di “attacco all’indipendenza della magistratura”. Ma di quale indipendenza stiamo parlando? Quella di un sistema che da anni funziona come un club esclusivo, dove pochi decidono per tutti? Dove le correnti politiche manipolano carriere e sentenze?

Questa riforma non è un attacco alla magistratura, è un attacco al privilegio. È un tentativo di restituire credibilità a un sistema che da troppo tempo ha perso la fiducia dei cittadini. Chi si oppone a questa riforma lo fa per due motivi: o perché ha paura di perdere il potere che le correnti garantiscono, o perché non vuole un sistema più equo e trasparente. In entrambi i casi, non lo fa certo per difendere i cittadini.

 

 

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