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di Massimo Reina

C’era una volta una giovane eurodeputata del Pd, col cuore atlantista e la mente da scout della Nato, che si aggirava per i corridoi dorati di Bruxelles come una novella Pinocchia (come l’ha ironicamente ribattezzata il grande Marco Travaglio), alla ricerca di verità molto selettive e indignazioni a geometria variabile. Si chiama Pina Picierno, è vicepresidente del Parlamento europeo, e si è trovata recentemente – guarda un po’ – immortalata in posa con i signori dell’IDSF, ovvero l’Israel Defense and Security Forum: una lobby di estrema destra israeliana talmente trasparente da risultare invisibile, mai registrata né autorizzata.

 

...quando prepararsi alla guerra (?) sembra una gita scolastica!

 

di Guendalima Middei

Al peggio non c’è mai fine? Ormai ne parlano tutti ed è diventato virale il video che ci invita a preparare una «borsa della resilienza» con 10 oggetti per sopravvivere 72 ore. Non so se lo avete visto con i vostri occhi, ma io ho fatto fatica a credere che fosse reale.

Ecco, sono rimasta scioccata dalla faccia sorridente e spensierata di Hadja Lahbib, la commissaria europea per la Gestione delle crisi, che mostra il contenuto della sua borsa come se si preparasse a una scampagnata. E, poi, illustra, neanche fosse una televendita, gli "accessori indispensabili": «Ecco il mio amico speciale: il coltello svizzero con 18 funzioni (per aprire la scatoletta di tonno mentre fuori cadono i razzi, chiaro), non puoi non averlo». Il tutto condito da risatine preregistrate e la perla: «Una bottiglia d’acqua è vita», declamata con l’entusiasmo di uno spot.

 

 

Sono rimasta scioccata dal livello di superficialità con cui si è dipinto uno scenario da brividi. Dal tono da maestra d’asilo che spiega come fare un lavoretto. Soprattutto, dal fatto che qualcuno abbia potuto scriverlo e altri abbiano pensato: «Sì, pubblichiamolo!».

Vi ho parlato di continuo del potere delle parole. Dell’importanza delle parole. Di come le parole non siano mai soltanto parole ma strumenti di potere. Vi ho parlato di continuo di quella cosa che si chiama «manipolazione» verbale, e di quell’altra cosa che si chiama «prendere le parole, storpiarle, deformarle» per farne ciò che si vuole. Perché dare a questa schifezza il nome di «borsa della resilienza» significa far passare il messaggio che affrontare una catastrofe umanitaria o un attacco imminente sia qualcosa di «positivo», una prova da affrontare, una sfida da superare. E più vedevo questa signora ridere, più a me veniva da piangere!

 

 

di Massimo Reina

Se non ci fosse Putin, chi potrebbe governare la Russia? E, soprattutto, cosa succederebbe all'arsenale nucleare di quel Paese? È davvero un pensiero che fa venire i brividi. Pazzesco, direte voi, ma non possiamo fare a meno di farci questa domanda, come se le cose non fossero già abbastanza difficili da gestire.

 

di  Massimo Reina

Non è un mestiere per influencer con l’elmetto, per starlette dell’informazione pronte a sfilare sui teatri di guerra con troupe al seguito e il cuscinetto soffice dell’ufficio stampa a smussare le asperità del mestiere. Non è un lavoro per chi si fa accompagnare da tre fixer, due autisti, una scorta armata e un angolo riservato negli editoriali di punta del giornale, mentre lascia che troupe locali, pagate poco e pronte a correre ogni rischio, realizzino il grosso del lavoro al fronte. E lui, dall’hotel, fra un montaggio e una scenetta girata nei pressi per fingere di essersi mosso in prima linea, si atteggia a novello Marie Colvin o Ilaria Alpi.

 

di  Monica Vendrame

C’è una strana ossessione, ultimamente, nel voler mettere le mani sulle storie che hanno accompagnato generazioni di bambini. Si riscrivono finali, si cambiano personaggi, si stravolgono simboli secolari in nome di un’idea di modernità che somiglia più a una forma di miopia culturale. Come scriveva G.K. Chesterton, «Le fiabe non insegnano che i draghi esistono, ma che si possono sconfiggere». Eppure, oggi sembriamo più preoccupati di cancellare i draghi che di insegnare a combatterli.

 

Lo sapevate che in Ucraina, a fianco dell’esercito e delle brigate di estrema destra del gruppo Azov, combattono anche neo-nazisti russi, polacchi e americani?

 

di Massimo Reina 

La storia ha il brutto vizio di tornare, ma l’Occidente ha imparato a riscriverla in tempo reale. Oggi non conta più chi sei o cosa fai, ma da che parte stai. Così, mentre si riempiono la bocca di parole come democrazia e diritti umani, gli stessi governi che dicono di combattere l’odio e il fanatismo aprono le porte a chi ne incarna l’essenza più pura.

Succede allora che, nel cuore di Berlino, i neonazisti russi sfilino accanto ai neonazisti tedeschi e ucraini, e ai sostenitori “liberali” di Kiev, con la benedizione delle istituzioni. Nessuno protesta, nessuno si scandalizza. Perché? Perché oggi il nazismo non è più un’ideologia da condannare, ma una variabile geopolitica da gestire.

Nazisti pro nazisti che piacciono a Bruxelless

Questa scena surreale a Berlino non è solo una follia, è la dimostrazione plastica di come la narrazione occidentale sia ormai un castello di menzogne talmente fragili che basta un soffio di realtà per farlo crollare. Da anni ci raccontano che la Russia è il nuovo Terzo Reich, che Putin è un novello Hitler e che l’Ucraina è la patria della democrazia e dei diritti.

Peccato che, nel cuore della civilissima Germania, quelli che sfilano a sostegno di Kiev non siano certo i paladini della libertà, ma i neonazisti del Corpo Volontario Russo (RDK), guidati da quel Denis Kapustin, alias White Rex, noto estremista di destra, sanzionato dall’UE, ma evidentemente utile alla causa ucraina.

Nazisti buoni e nazisti cattivi

Il cortocircuito è totale: per mesi ci hanno detto che chiunque criticasse l’invio di armi a Kiev era un servo del Cremlino, perché l’Ucraina combatteva per la libertà contro l’oppressione russa. E adesso scopriamo che tra le fila ucraine combattono proprio quei gruppi neonazisti russi che Putin ha messo al bando anni fa. Non solo: questi personaggi hanno legami diretti con l’estrema destra tedesca, quella che a parole dovrebbe essere il nemico giurato del governo di Berlino. Ma evidentemente esistono neonazisti buoni e neonazisti cattivi.

Quelli cattivi sono tutti russi, anche se Putin li ha cacciati. Quelli buoni, invece, possono combattere per Kiev, sventolare le loro bandiere imperiali e marciare nelle strade della Germania, perché in fondo sono "contro Putin".

Sergey Kononenko, il nazista che raccoglie fondi

E mentre in Occidente ci si riempie la bocca di "difesa della democrazia" e "lotta al nazifascismo", in Ucraina c'è chi col braccio teso e la svastica ben in vista si gode la pioggia di milioni in donazioni. Prendiamo Sergey Kononenko, membro del battaglione Azov, che continua a farsi fotografare con patch e simboli hitleriani, senza che nessuno tra i nostri paladini della libertà batta ciglio. Il bello è che la sua faccia troneggia pure su un sito ufficiale di raccolta fondi per l’esercito ucraino, che ha già rastrellato oltre 700.000 euro. Ma tranquilli, il problema è sempre e solo "la propaganda russa".

E che dire poi, di reparti interi dell’esercito di Kiev sfoggiano con spavalderia uniformi e simboli nazisti, con tanto di elmetti SS e fasce con svastiche, immortalati in decine di video durante l’assurda e disastrosa offensiva fallita contro Kursk. Sorridenti soldati ucraini, orgogliosi eredi dell’Operazione Barbarossa, avevano annunciato davanti alle telecamere: "Questa volta andrà diversamente!". E invece no, niente da fare. L’ennesimo replay grottesco della storia, con l’esercito ucraino che, pochi mesi dopo, si ritrova in rotta totale, massacrato e accerchiato dalle truppe russe.

Libertà di manifestare? Solo per chi fa comodo

Ma il paradosso più grande è un altro: mentre questi gruppi sfascisti sfilano liberamente nelle strade di Berlino, le manifestazioni pro-Palestina vengono vietate, represse con la violenza, disperse dalla polizia. Il motivo? Ufficialmente per evitare disordini. Ufficiosamente perché non è consentito criticare Israele. Eppure, a quanto pare, si può tranquillamente sfilare con i simboli dell’Impero Russo, urlando slogan ultranazionalisti e rivendicando il diritto di combattere per l’Ucraina.

Siamo alla follia: i governi occidentali stanno apertamente sostenendo e finanziando gruppi neonazisti, ma guai a farlo notare. Chi osa ricordare che il battaglione Azov è nato come un gruppo paramilitare ultranazionalista viene bollato come “putiniano”. Chi fa notare che la Russia non è nazista, anzi ha messo fuori legge questi gruppi, viene censurato. E chi protesta per i massacri a Gaza viene manganellato.

La grande truffa ideologica

Il grande inganno è questo: si sta cercando di riscrivere la Storia in tempo reale, costruendo un mondo in cui il nazismo esiste solo dove fa comodo. Se serve a combattere la Russia, allora diventa accettabile. Se si schiera con l’Occidente, allora si può chiudere un occhio. Se invece si oppone a Israele o ai piani della NATO, allora diventa il male assoluto.

C'è una domanda che nessuno si fa: se l’Ucraina fosse davvero la democrazia che ci raccontano, perché i neonazisti corrono in suo aiuto? E se Putin fosse davvero il nuovo Hitler, perché i nazisti russi lo odiano e combattono contro di lui?

Ma queste domande nessuno in Occidente le pone. Perché le risposte sarebbero devastanti per la propaganda. E da Berlino a  Londra e Bruxelles, nessuno sembra accorgersi di questi nostalgici in divisa. O meglio: se ne accorgono eccome, ma cercano disperatamente di nasconderlo ai propri cittadini. Lo rivela chiaramente il servizio di intelligence estero polacco, che ha smascherato le istruzioni precise imposte ai media tedeschi. Giornalisti e operatori tv "devono" censurare qualsiasi simbolo nazista indossato dai soldati ucraini, chiedendo gentilmente ai simpatici combattenti "democratici" di Kiev di togliere caschi SS e bandiere con svastiche durante le riprese. Orwell ne sarebbe fiero. Ma qui non siamo in un romanzo distopico.

 

 

“E’ stata una pellicola speciale,ancora oggi ha un forte impatto sulle nostre vite…” 

 di Omar Falvo

Classe 1983, è uno dei protagonisti indiscussi della serie “Dr. Quinn, Medicine Woman”.Il suo personaggio è presente in tutte le stagioni e anche nei due film per la televisione della prestigiosa pellicola, parliamo dell’attore Shawn Toovey. Con il suo Brian Cooper, personaggio iconico, ha conquistato, nel corso dei decenni, il cuore di milioni di telespettatori in tutto il pianeta.

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