Pin It

 

di  Massimo Reina

Non è un mestiere per influencer con l’elmetto, per starlette dell’informazione pronte a sfilare sui teatri di guerra con troupe al seguito e il cuscinetto soffice dell’ufficio stampa a smussare le asperità del mestiere. Non è un lavoro per chi si fa accompagnare da tre fixer, due autisti, una scorta armata e un angolo riservato negli editoriali di punta del giornale, mentre lascia che troupe locali, pagate poco e pronte a correre ogni rischio, realizzino il grosso del lavoro al fronte. E lui, dall’hotel, fra un montaggio e una scenetta girata nei pressi per fingere di essersi mosso in prima linea, si atteggia a novello Marie Colvin o Ilaria Alpi.

Il reporter di guerra, quello vero, non ha troppe certezze se non quella di mettere la pelle in gioco per raccontare qualcosa che forse nessuno leggerà. Parte con uno zaino, un taccuino e qualche contatto che, se la sorte è benevola, non l’ha già tradito prima di attraversare la prima frontiera. Indossa un giubbotto antiproiettile che ripara poco e un elmetto che gli servirà più a farsi riconoscere che a salvarlo dalle schegge. E ha una sola arma: la verità.

Non è l’eroe che arriva in prima serata con il montaggio della regia che ne enfatizza le rughe di stanchezza sotto il casco da corrispondente indossato per le telecamere e imbiancato di borotalco a simulare il terriccio delle esplosioni. È quello che si sporca davvero gli stivali nel fango, che dorme in rifugi di fortuna con i civili in fuga e che, quando riesce a connettersi, deve mandare articoli e video che forse nessuno pubblicherà. Perché la verità, quella scomoda, non vende.

Se il racconto non combacia con la narrazione preconfezionata, se il nemico non è abbastanza mostro e il buono non è abbastanza santo, si finisce nell’oblio. Quando non si viene censurati, si viene ignorati. O peggio, ridotti al silenzio con eleganza: un contratto che non si rinnova, un articolo che si perde nei meandri della redazione, un pezzo che non trova spazio perché "non è il momento giusto".

Chi comanda non ama la guerra raccontata senza filtri. Troppo rischioso mostrare che anche il nemico ha un volto, che anche gli oppressi possono commettere atrocità, che anche i potenti che si dicono paladini della democrazia usano metodi da tiranni. Meglio la narrazione confezionata, quella che rassicura chi legge: il bene da una parte, il male dall’altra. E i giornali allineati eseguono, ché gli editori devono pur campare, e le grandi firme della stampa embedded fanno da megafono.

Così il vero reporter di guerra diventa un fantasma. Corre tra i bombardamenti per raccontare storie che nessuno vuole sentire. Scrive pezzi che finiscono in fondo al cassetto. Si scontra con l’indifferenza dei colleghi da salotto e la diffidenza dei lettori ormai abituati alla propaganda. E quando torna, se torna, si porta dietro più cicatrici di quante ne possa mostrare. Perché in guerra muoiono anche le parole, se non trovano chi le ascolta.

 

Pin It
Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
I Miei Articoli

Notizie