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di Massimo Reina

Se non ci fosse Putin, chi potrebbe governare la Russia? E, soprattutto, cosa succederebbe all'arsenale nucleare di quel Paese? È davvero un pensiero che fa venire i brividi. Pazzesco, direte voi, ma non possiamo fare a meno di farci questa domanda, come se le cose non fossero già abbastanza difficili da gestire.

 

di  Massimo Reina

Non è un mestiere per influencer con l’elmetto, per starlette dell’informazione pronte a sfilare sui teatri di guerra con troupe al seguito e il cuscinetto soffice dell’ufficio stampa a smussare le asperità del mestiere. Non è un lavoro per chi si fa accompagnare da tre fixer, due autisti, una scorta armata e un angolo riservato negli editoriali di punta del giornale, mentre lascia che troupe locali, pagate poco e pronte a correre ogni rischio, realizzino il grosso del lavoro al fronte. E lui, dall’hotel, fra un montaggio e una scenetta girata nei pressi per fingere di essersi mosso in prima linea, si atteggia a novello Marie Colvin o Ilaria Alpi.

 

di  Monica Vendrame

C’è una strana ossessione, ultimamente, nel voler mettere le mani sulle storie che hanno accompagnato generazioni di bambini. Si riscrivono finali, si cambiano personaggi, si stravolgono simboli secolari in nome di un’idea di modernità che somiglia più a una forma di miopia culturale. Come scriveva G.K. Chesterton, «Le fiabe non insegnano che i draghi esistono, ma che si possono sconfiggere». Eppure, oggi sembriamo più preoccupati di cancellare i draghi che di insegnare a combatterli.

 

Lo sapevate che in Ucraina, a fianco dell’esercito e delle brigate di estrema destra del gruppo Azov, combattono anche neo-nazisti russi, polacchi e americani?

 

di Massimo Reina 

La storia ha il brutto vizio di tornare, ma l’Occidente ha imparato a riscriverla in tempo reale. Oggi non conta più chi sei o cosa fai, ma da che parte stai. Così, mentre si riempiono la bocca di parole come democrazia e diritti umani, gli stessi governi che dicono di combattere l’odio e il fanatismo aprono le porte a chi ne incarna l’essenza più pura.

Succede allora che, nel cuore di Berlino, i neonazisti russi sfilino accanto ai neonazisti tedeschi e ucraini, e ai sostenitori “liberali” di Kiev, con la benedizione delle istituzioni. Nessuno protesta, nessuno si scandalizza. Perché? Perché oggi il nazismo non è più un’ideologia da condannare, ma una variabile geopolitica da gestire.

Nazisti pro nazisti che piacciono a Bruxelless

Questa scena surreale a Berlino non è solo una follia, è la dimostrazione plastica di come la narrazione occidentale sia ormai un castello di menzogne talmente fragili che basta un soffio di realtà per farlo crollare. Da anni ci raccontano che la Russia è il nuovo Terzo Reich, che Putin è un novello Hitler e che l’Ucraina è la patria della democrazia e dei diritti.

Peccato che, nel cuore della civilissima Germania, quelli che sfilano a sostegno di Kiev non siano certo i paladini della libertà, ma i neonazisti del Corpo Volontario Russo (RDK), guidati da quel Denis Kapustin, alias White Rex, noto estremista di destra, sanzionato dall’UE, ma evidentemente utile alla causa ucraina.

Nazisti buoni e nazisti cattivi

Il cortocircuito è totale: per mesi ci hanno detto che chiunque criticasse l’invio di armi a Kiev era un servo del Cremlino, perché l’Ucraina combatteva per la libertà contro l’oppressione russa. E adesso scopriamo che tra le fila ucraine combattono proprio quei gruppi neonazisti russi che Putin ha messo al bando anni fa. Non solo: questi personaggi hanno legami diretti con l’estrema destra tedesca, quella che a parole dovrebbe essere il nemico giurato del governo di Berlino. Ma evidentemente esistono neonazisti buoni e neonazisti cattivi.

Quelli cattivi sono tutti russi, anche se Putin li ha cacciati. Quelli buoni, invece, possono combattere per Kiev, sventolare le loro bandiere imperiali e marciare nelle strade della Germania, perché in fondo sono "contro Putin".

Sergey Kononenko, il nazista che raccoglie fondi

E mentre in Occidente ci si riempie la bocca di "difesa della democrazia" e "lotta al nazifascismo", in Ucraina c'è chi col braccio teso e la svastica ben in vista si gode la pioggia di milioni in donazioni. Prendiamo Sergey Kononenko, membro del battaglione Azov, che continua a farsi fotografare con patch e simboli hitleriani, senza che nessuno tra i nostri paladini della libertà batta ciglio. Il bello è che la sua faccia troneggia pure su un sito ufficiale di raccolta fondi per l’esercito ucraino, che ha già rastrellato oltre 700.000 euro. Ma tranquilli, il problema è sempre e solo "la propaganda russa".

E che dire poi, di reparti interi dell’esercito di Kiev sfoggiano con spavalderia uniformi e simboli nazisti, con tanto di elmetti SS e fasce con svastiche, immortalati in decine di video durante l’assurda e disastrosa offensiva fallita contro Kursk. Sorridenti soldati ucraini, orgogliosi eredi dell’Operazione Barbarossa, avevano annunciato davanti alle telecamere: "Questa volta andrà diversamente!". E invece no, niente da fare. L’ennesimo replay grottesco della storia, con l’esercito ucraino che, pochi mesi dopo, si ritrova in rotta totale, massacrato e accerchiato dalle truppe russe.

Libertà di manifestare? Solo per chi fa comodo

Ma il paradosso più grande è un altro: mentre questi gruppi sfascisti sfilano liberamente nelle strade di Berlino, le manifestazioni pro-Palestina vengono vietate, represse con la violenza, disperse dalla polizia. Il motivo? Ufficialmente per evitare disordini. Ufficiosamente perché non è consentito criticare Israele. Eppure, a quanto pare, si può tranquillamente sfilare con i simboli dell’Impero Russo, urlando slogan ultranazionalisti e rivendicando il diritto di combattere per l’Ucraina.

Siamo alla follia: i governi occidentali stanno apertamente sostenendo e finanziando gruppi neonazisti, ma guai a farlo notare. Chi osa ricordare che il battaglione Azov è nato come un gruppo paramilitare ultranazionalista viene bollato come “putiniano”. Chi fa notare che la Russia non è nazista, anzi ha messo fuori legge questi gruppi, viene censurato. E chi protesta per i massacri a Gaza viene manganellato.

La grande truffa ideologica

Il grande inganno è questo: si sta cercando di riscrivere la Storia in tempo reale, costruendo un mondo in cui il nazismo esiste solo dove fa comodo. Se serve a combattere la Russia, allora diventa accettabile. Se si schiera con l’Occidente, allora si può chiudere un occhio. Se invece si oppone a Israele o ai piani della NATO, allora diventa il male assoluto.

C'è una domanda che nessuno si fa: se l’Ucraina fosse davvero la democrazia che ci raccontano, perché i neonazisti corrono in suo aiuto? E se Putin fosse davvero il nuovo Hitler, perché i nazisti russi lo odiano e combattono contro di lui?

Ma queste domande nessuno in Occidente le pone. Perché le risposte sarebbero devastanti per la propaganda. E da Berlino a  Londra e Bruxelles, nessuno sembra accorgersi di questi nostalgici in divisa. O meglio: se ne accorgono eccome, ma cercano disperatamente di nasconderlo ai propri cittadini. Lo rivela chiaramente il servizio di intelligence estero polacco, che ha smascherato le istruzioni precise imposte ai media tedeschi. Giornalisti e operatori tv "devono" censurare qualsiasi simbolo nazista indossato dai soldati ucraini, chiedendo gentilmente ai simpatici combattenti "democratici" di Kiev di togliere caschi SS e bandiere con svastiche durante le riprese. Orwell ne sarebbe fiero. Ma qui non siamo in un romanzo distopico.

 

 

“E’ stata una pellicola speciale,ancora oggi ha un forte impatto sulle nostre vite…” 

 di Omar Falvo

Classe 1983, è uno dei protagonisti indiscussi della serie “Dr. Quinn, Medicine Woman”.Il suo personaggio è presente in tutte le stagioni e anche nei due film per la televisione della prestigiosa pellicola, parliamo dell’attore Shawn Toovey. Con il suo Brian Cooper, personaggio iconico, ha conquistato, nel corso dei decenni, il cuore di milioni di telespettatori in tutto il pianeta.

 

di  Monica Vendrame

"Se leggete queste parole, sono già morto"

La frase tremava sullo schermo del computer, scritta con la calma spaventosa di chi sa che sta per diventare un nome su una lapide. Hossam Shabat, ventitré anni, capelli sempre spettinati e una telecamera che non abbandonava mai, aveva preparato tutto. Anche la sua morte.

Tutto era iniziato come un ragazzo qualunque, con le cuffie sempre nelle orecchie e la passione per i videogiochi. Poi Gaza aveva smesso di essere un posto dove si poteva essere giovani. Così aveva preso quel telefono e aveva iniziato a filmare. Prima per caso, poi per disperazione, infine con la precisione chirurgica di chi sa che ogni frame potrebbe essere l'ultima prova di un crimine. "Non sono un eroe", ripeteva a chi lo elogiava, "sono solo uno che ha capito che in tempi di menzogna, filmare la verità diventa un atto rivoluzionario".

Lo chiamavano "il giornalista senza paura", ma la paura ce l'aveva eccome. La sentivi in quel leggero tremolio della mano quando un boato troppo vicino scuoteva l'obiettivo. Nella voce che a volte si incrinava mentre descriveva bambini tirati fuori dalle macerie come bambole rotte. Ma non si è mai fermato. Neanche quando gli hanno demolito la casa dopo quella telefonata minatoria in cui un ufficiale israeliano gli intimava di smettere di documentare. Neanche quando quel proiettile gli ha sfiorato il collo lasciandogli un segno rosso come un marchio, l'ultimo avvertimento prima del silenzio definitivo.

Ieri pomeriggio, mentre correva verso l'ennesimo bombardamento, il drone lo ha beccato in pieno. Nella tasca della giacca, il telefono ha registrato l'ultimo secondo di vita: un urlo soffocato, il rumore del vetro che esplode, poi il silenzio. Nelle sue memorie digitali, trovi l'archivio di un genocidio: madri che stringono i figli per l'ultima volta, medici che operano a lume di candela, vecchi che cercano medicine in farmacie distrutte. E quel video finale, rimasto incompiuto: il corpo straziato del collega Mohammed Mansour, ucciso poche ore prima, che Hossam aveva voluto documentare fino all'ultimo, come monito al mondo.

 E quel suo ultimo, profetico tweet: "A Gaza, il ferito viene ucciso", pubblicato poche ore prima di diventare lui stesso la notizia che aveva sempre cercato di raccontare.

"Guardate", sembra dirci dalle sue ultime parole. "Guardate bene. E poi dite che non sapevate". Ora quel telefono è spento, ma i suoi 560.000 follower sanno che la vera posta in gioco non era la sua vita - era la nostra capacità di continuare a vedere attraverso i suoi occhi, anche quando tutto ci spinge a distogliere lo sguardo. Perché in fondo, Hossam non è morto per quello che mostrava, ma per quello che tutti noi avremmo potuto vedere.

 

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