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di Alessandro Porri  / Seconda parte

 

LETTERATURA
Continuiamo il nostro “eccitante” viaggio alla ricerca dei punti di contatto tra droghe ed arte attraversando il mondo della letteratura.
Più o meno contemporaneo al movimento pittorico impressionista in Francia, Charles Baudelaire, con il suo pensiero e le sue opere, influenzò quelli che da lì a poco prenderanno il nome di poeti maledetti. La definizione di “poeti maledetti” trae origine dall’omonima opera del poeta francese Paul Marie Verlaine che insieme a Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé e Tristan Corbiere fu il maggior esponente di questa corrente. Potremo racchiudere o sostituire la parola “Maledetti” con anticonformisti, ribelli, innovatori. C’era una vera e propria ricetta per poter entrare a pieno merito a far parte del gruppo dei maledetti:
• Ad una base di gravi frustrazioni affettive aggiungete difficoltà materiali a volontà.
• Appena l’insieme risulta omogeneo versate dosi generose di vita sessuale promiscua, denutrizione, alcolismo, stupefacenti, tabagismo.
• Lasciate cuocere a fuoco lento fino alla comparsa di malattie veneree varie, sofferenza fisica e disturbi della mente
• Ed in fine l’ingrediente segreto, la maledizione del poeta, infatti, avrete lo splendido risultato di essere maledetti tre volte, dalla società, da Dio e da voi stessi!
Charles Baudelaire scrisse nel 1860 il saggio “Paradisi artificiali” dove oltre a parlare del vino si dedica a descrivere gli effetti dell'hashish e dell'oppio. È in questa opera che ritroviamo l’ormai celebre frase “Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere” È noto come molte altre delle opere del poeta francese e alcune delle poesie più belle siano state scritte sotto l'effetto degli oppiacei e dell'alcol. Affascinato e in qualche modo dedito alle droghe Baudelaire faceva parte, insieme a Rimbaud, Malarmé, Hugo, Dumas ed altri del cosiddetto “Club des Hashischins”.
Nel saggio Baudelaire passa da un iniziale elogio della droga vista quale strumento umano per soddisfare il "gusto dell'infinito" ad una irrimediabile condanna della stessa: l'Artista, che segue i Principi Superiori dell'Arte, non può che rifiutare la droga come mezzo di creatività.


Contemporaneo di Baudelaire un altro scrittore ha catturato per la sua particolare storia la mia attenzione e curiosità, Robert Louis Stevenson. Parliamo dell’autore conosciuto principalmente per due sue opere, “Dottor Jeckill e Mr. Hide” e “L’Isola del tesoro”. Ma come può essere possibile che dalla stessa penna siano uscite fuori due opere così distanti tra di loro?


Una praticamente un romanzo per ragazzi, l’altra il percorso senza protezioni dentro la follia umana. Cosa era accaduto nella mente di quell’uomo? Inizialmente si attribuì allo scrittore l’uso di cocaina e morfina che forse usò anche in altri frangenti ma almeno in questo caso la spiegazione era un’altra. Secondo recenti ricerche Stevenson avrebbe scritto Dottor Jeckill e Mr. Hide sotto l'effetto di derivati dell'ergot, un fungo delle segale e del frumento, allucinogeno e potenzialmente letale. L'ergotina veniva utilizzata per iniezione nell'Ottocento come rimedio contro la tubercolosi e lo scrittore era appunto colpito da tale patologia. Secondo due studiosi dell'università di Glasgrow, l'effetto su Stevenson fu quello di trasformarlo in una sorta di “doppio” del suo Mr.Hide. La moglie riferì in una preoccupata lettera dell'agosto del 1885, che il marito per giorni era rimasto come ipnotizzato a letto in posizione inginocchiata con la faccia sul cuscino. Due settimane dopo cominciò a scrivere il famoso racconto sulla duplicità della natura umana, il tutto di getto, in una sola settimana.

A cavallo tra il 1800 e 1900 uno scienziato e scrittore di numerosi trattati e saggi scientifici divenne famoso anche per l’uso di cocaina al punto da diventarne, ancora oggi, una sorta di icona del primo sperimentatore volontario di tale sostanza quasi ne avesse evidenziato un uso terapeutico, stiamo parlando di Sigmund Freud (1856 1939) Considerato il padre fondatore della psicoanalisi, Freud fu un assiduo consumatore di questa sostanza sostenendo come questa avesse degli effetti benefici contro la tristezza e la depressione. Tuttavia nel 1890 dovette interrompere l'uso di cocaina durante le sedute, dopo aver quasi ucciso uno dei suoi pazienti sotto l'effetto della droga. Così scrisse alla sua fidanzata:

Se tutto va bene scriverò un saggio su questa sostanza, che mi aspetto avrà molto successo e troverà posto nelle terapie che oggi fanno uso di morfina. Ho anche altre speranze e progetti su questa cosa. Ne prendo piccolissime dosi per curare la depressione e le indigestioni”.

“Nella mia ultima depressione ho fatto uso di cocaina e una piccola dose mi ha portato alle stelle in modo fantastico. Sto ora raccogliendo del materiale per scrivere un canto di preghiera a questa magica sostanza”.



Sigmund Freud

Avvicinandoci sempre più ai nostri giorni merita un capitolo importante William Burrougs (1914 1997). È stato uno scrittore, saggista e pittore statunitense, vicino al movimento della BEAT GENERATION. Gli elementi centrali della cultura "Beat“ degli anni 50/60 sono il rifiuto di norme imposte, le innovazioni nello stile, la sperimentazione delle droghe, la sessualità alternativa, l'interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana.


Affiancano e fanno parte allo stesso tempo del movimento Beat tre movimenti culturali di quegli anni:
I movimenti culturali e studenteschi del 1968


L’opposizione al conflitto del Vietnam


Il movimento hippy

“La scimmia sulla schiena” (titolo originale Junkie) è un romanzo del 1953, forse il più potente e famoso di Burrougs. In questo scritto l’autore trasporta nelle pagine lo scottante tema dell'eroina e lo fa con sguardo lucido, estremamente scientifico e crudelmente personale. Definisce "scimmia", il bisogno di droga nel momento dell'astinenza, termine entrato prepotentemente nella gergalità del mondo delle dipendenze. Il suo è un resoconto preciso e lucido, attraverso uno stile pulito, senza fronzoli, diretto: il romanzo si pone come una visione nello stesso momento "ad personam" e sociologicamente di massa, uno sguardo crudele sull'America che stava iniziando a conoscere i movimenti artistici giovanili. In Italia è Eugenio Finardi con la sua “SCIMMIA” a riprendere questa definizione e a scrivere la più precisa canzone italiana sulle sensazioni e sulle conseguenze provocate dall’uso di eroina. (vedi terza parte).

Uno dei capolavori della letteratura internazionale che senza dubbio deve gran parte della sua stesura alle droghe è “La nausea” di Jean Paul Sartre. Il titolo già ci mette sulla buona strada, ci fa intuire cosa potrebbe essere accaduto e la sua lettura ci guida in una esperienza dello scrittore che potremo definire mistica. L’autore stesso parla senza problemi di alcune nuove e stupefacenti dimensioni trovate grazie ad un alcaloide psichedelico che si trova in una pianta del deserto messicano. Si tratta della mescalina di cui, il futuro vincitore del premio Nobel per la letteratura, fece grandissimo uso. Lo scrittore dichiarò di non riuscire a distinguere il mondo reale da quello letteralmente “costruito” dalle allucinazioni. Non contento, alcuni anni dopo, durante la stesura di altri libri, si affidò a strani mix di caffe e corydrane, un forte eccitante.

“Niente pareva reale; mi sentivo circondato da uno scenario di cartone che poteva essere smontato da un momento all'altro. “

Forse a molti era venuto qualche sospetto sull’uso di sostanze stupefacenti da parte di Stephen King visti alcuni passaggi inquietanti dei suoi libri che sembravano arrivare da una mente non proprio lucida, a rimuovere definitivamente ogni dubbio fu l’autore stesso che affermò che per scrivere Cujo e Misery bevve così tante birre e assunse talmente tanta cocaina da non ricordare quasi nulla della stesura di questi libri.


Persino Elsa Morante fece uso di mescalina, seppur sotto il controllo medico, come affermò lo stesso Alberto Moravia. La donna arrivò in seguito anche al consumo di LSD il cui nome si ritrova come una sorta di gioco di ringraziamento nelle iniziali dei titoli di alcuni suoi componimenti come:

La sera domenicale

La smania dello scandalo.

Edgar Allan Poe e l’alcool, Charles Dickens con l’oppio, Victor Hugo l’hashish etc. etc. Sono davvero tanti gli scrittori di ogni livello che hanno visto influenzata la loro mente ed i loro pensieri da sostanze che li hanno trasportati in un mondo diverso da quello “realmente reale”. Cosa avrebbero scritto, cosa avrebbero partorito le loro menti se fossero restate completamente lucide, purtroppo non lo sapremo mai a me piace pensare che avrebbero generato qualcosa di ancora più bello anche se però, se così fosse, avremo perso davvero tanto.

 

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade? (Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?)

da “The Hill We Climb” (La collina che scaliamo) di Amanda Gorman

Se la poesia non riesce a salvare il mondo può sicuramente rischiararlo. E’ quello che ha fatto la ventiduenne Amanda Gorman, giovane poetessa afroamericana laureata ad Harvard che è riuscita ad incantare Joe Biden durante un recital al punto da salire a Capitol Hill e, sesta nella storia del suo Paese, accompagnare il giuramento di Biden con una poesia scritta da lei stessa. Pur così giovane, Amanda ha già ottenuto il prestigioso National Youth Poet Laureate che la fa volare in alto con le sue aspirazioni artistiche. Il messaggio della poesia appare chiaro: guadare il fiume e risalire la collina dopo un periodo nell’ombra, nella certezza che la nazione non possa dichiararsi spezzata se una ragazzina di colore cresciuta da una mamma single può ancora sognare di diventare Presidente e di recitare davanti alla nazione. Applaudita da Barack e Michelle Obama, Amanda ha lasciato il segno con la sua presenza e per usare le sue parole ci siamo riappropriati dell’alba perché esisterà sempre la luce nonostante l’ombra.

La poesia come genere letterario non gode sempre del plauso del pubblico. Poco propensi alla lettura e interpretazione dei versi, gli italiani preferiscono generalmente leggere romanzi e sono abbastanza selettivi nella scelta della tipologia. Il poeta vive quindi isolato nella sua torre segreta riuscendo a condividere i suoi pensieri con pochi, scrivendo di notte per citare la grande Alda Merini. Alla poesia non viene quindi assegnato un ruolo sociale e il suo impatto sulle coscienze non viene considerato determinante dai più.

L’evento di Capitol Hill si pone in contrapposizione rispetto alla visione generalizzata sul potere dei versi. Amanda usa uno strumento antico per veicolare un messaggio di forte contenuto politico, sociale ed umano dimostrando come la forma di letteratura più vecchia, la poesia appunto, venga apprezzata maggiormente all’estero. Nei suoi versi la giovane alterna immagini di luce ed ombra, ossimori di forte componente emozionale per annunciare un agognato cambio di regia alla guida degli Stati Uniti e del mondo intero. Senza paura ricorre a termini crudi dove la bestia si oppone a valori quali la pace e la giustizia e finisce per rassicurare il popolo americano: la nazione non è spezzata se una giovane afro-americana può ancora parlare a tutti proprio come lei ha fatto durante la cerimonia di inaugurazione.

Consapevole della difficoltà di unire un paese così variegato per etnie, cultura, colori, e condizioni sociali Amanda insiste sulla necessità di unire includendo le stesse differenze e guardando al passato per rinascere come nuovi. La giovane poetessa usa strumenti e meccanismi poetici quali l’allitterazione per contrapporre “blade”, lama, a “bridge”, ponte, escludendo completamente ogni idea di violenza e proponendo invece solidarietà tra i popoli.

La democrazia è stata solo ritardata ma non sconfitta. Sarà possibile scalare la collina se saremo in grado di osare: Amanda insiste sulle ferite del suo paese ma allo stesso tempo evidenzia la necessità di reagire all’inerzia e alle intimidazioni e preparare il terreno per le generazioni future alle quali va lasciato un paese migliore. La metafora della collina è forte e densa e l’uditorio ne è rimasto contagiato. Le parole della poesia volano alto ed includono ogni angolo del paese per legare le coscienze scosse dagli ultimi tragici eventi nell’attesa di una nuova alba, come solo Marthin Luther King era riuscito a fare prima di lei.

Lucia Lo Bianco

IL TESTO DELLA POESIA, NELLA SUA VERSIONE ORIGINALE

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry, a sea we must wade.
We’ve braved the belly of the beast.
We’ve learned that quiet isn’t always peace,
and the norms and notions of what “just” is isn’t always justice.
And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.
We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.

And yes, we are far from polished, far from pristine,
but that doesn’t mean we are striving to form a union that is perfect.
We are striving to forge our union with purpose.
To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man.
And so we lift our gazes not to what stands between us, but what stands before us.
We close the divide because we know, to put our future first, we must first put our differences aside.
We lay down our arms so we can reach out our arms to one another.
We seek harm to none and harmony for all.
Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew.
That even as we hurt, we hoped.
That even as we tired, we tried.
That we’ll forever be tied together, victorious.
Not because we will never again know defeat, but because we will never again sow division.

Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree and no one shall make them afraid.
If we’re to live up to our own time, then victory won’t lie in the blade, but in all the bridges we’ve made.
That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare.
It’s because being American is more than a pride we inherit.
It’s the past we step into and how we repair it.
We’ve seen a force that would shatter our nation rather than share it.
Would destroy our country if it meant delaying democracy.
This effort very nearly succeeded.
But while democracy can be periodically delayed,
it can never be permanently defeated.
In this truth, in this faith, we trust,
for while we have our eyes on the future, history has its eyes on us.
This is the era of just redemption.
We feared it at its inception.
We did not feel prepared to be the heirs of such a terrifying hour,
but within it, we found the power to author a new chapter, to offer hope and laughter to ourselves.
So while once we asked, ‘How could we possibly prevail over catastrophe?’ now we assert, ‘How could catastrophe possibly prevail over us?’

We will not march back to what was, but move to what shall be:
A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free.
We will not be turned around or interrupted by intimidation because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.
Our blunders become their burdens.
But one thing is certain:
If we merge mercy with might, and might with right, then love becomes our legacy and change, our children’s birthright.

So let us leave behind a country better than the one we were left.
With every breath from my bronze-pounded chest, we will raise this wounded world into a wondrous one.
We will rise from the golden hills of the west.
We will rise from the wind-swept north-east where our forefathers first realized revolution.
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states.
We will rise from the sun-baked south.
We will rebuild, reconcile, and recover.
In every known nook of our nation, in every corner called our country,
our people, diverse and beautiful, will emerge, battered and beautiful.
When day comes, we step out of the shade, aflame and unafraid.
The new dawn blooms as we free it.
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it.
If only we’re brave enough to be it.

IL TESTO DELLA POESIA, TRADOTTO IN ITALIANO

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?
La perdita che portiamo sulle spalle è un mare che dobbiamo guadare.
Noi abbiamo sfidato la pancia della bestia.
Noi abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace,
e le norme e le nozioni di quel che «semplicemente» è non sono sempre giustizia.
Eppure, l’alba è nostra, prima ancora che ci sia dato accorgersene.
In qualche modo, ce l’abbiamo fatta.
In qualche modo, abbiamo resistito e siamo stati testimoni di come questa nazione non sia rotta,
ma, semplicemente, incompiuta.
Noi, gli eredi di un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente dagli schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro.

Certo, siamo lontani dall’essere raffinati, puri,
ma ciò non significa che il nostro impegno sia teso a formare un’unione perfetta.
Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo.
(Ci stiamo sforzando) di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale.
E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti.
Colmiamo il divario, perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.
Abbandoniamo le braccia ai fianchi così da poterci sfiorare l’uno con l’altro.
Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.
Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero:
Che anche nel lutto, possiamo crescere.
Che nel dolore, possiamo trovare speranza.
Che nella stanchezza, avremo la consapevolezza di averci provato.
Che saremo legati per l’eternità, l’uno all’altro, vittoriosi.
Non perché ci saremo liberati della sconfitta, ma perché non dovremo più essere testimoni di divisioni.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e lì non essere spaventato.
Se vorremo essere all’altezza del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama di un’arma, ma nei ponti che avremo costruito.
Questa è la promessa con la quale arrivare in una radura, questa è la collina da scalare, se avremo il coraggio di farlo.  
Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo.
È il passato in cui entriamo ed è il modo in cui lo ripariamo.
Abbiamo visto una forza che avrebbe scorsso il nostro Paese anziché tenerlo insieme.
Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia.
Questo sforzo è quasi riuscito.
Ma se può essere periodicamente rinviata,
la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta.
In questa verità, in questa fede, noi crediamo,
Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi.
Questa è l’era della redenzione.
Ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo temuto l’inizio.
Non eravamo pronti ad essere gli eredi di un lascito tanto orribile,
Ma, all’interno di questo orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi.
Una volta ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”. Oggi ci chiediamo: “Come può la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere:
Un Paese che sia ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero.
Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione.
I nostri errori diventerebbero i loro errori.
E una cosa è certa:
Se useremo la misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto, allora l’amore sarà il nostro solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli.

Perciò, fateci vivere in un Paese che sia migliore di quello che abbiamo lasciato.
Con ogni respiro di cui il mio petto martellato in bronzo sia capace, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.
Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.
Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati, per primi, fecero la rivoluzione.
Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.
Risorgeremo dal Sud baciato dal sole.
Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.
In ogni nicchia nota della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,
La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, malconcia eppure stupenda.
Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.
Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.
Perché ci sarà sempre luce,
Finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla.
Finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.

 

 

 

Ero una bambina a cui piaceva giocare sia con le bambole e sia con le macchinine, soprattutto telecomandate.
Chissà forse in me vi era già il concetto dell’uguaglianza.
Il mio ideale: mia madre.
Bella, forte, intelligente, quell’intelligenza derivante anche dal sacrificio, dalla rinuncia e un’ironia fragorosa.
Avevo un viso vestito da maschio, capelli corti ricci, nessuna vanità, nessuna ambizione sentimentale e nessun trucco.
Un giorno un mio amichetto mi disse:”diventerai una bellissima donna”. Ma a me piaceva stare da sola, con i miei sogni e il mio diario.
La mia felice malinconia ed il mio sentire oltre l’immagine.
Fin da piccola non amavo le spicciole conversazioni del niente, osservavo con lo sguardo trasversale, perché lì vi era l’anima.
Non mi chiedevo i perché... sapevo che non vi era una sola risposta.
Forse in me si designava l’aporia.
Questo giorno giunse... ( quello del mio amichetto). Un mio riverbero mattutino mi rivelò i miei lineamenti, erano niente male, erano adulti e pregni di mia madre e di mio padre.
Si, un fortunato incontro di geni.
Ma non mi prolungai più di tanto, davo più attenzione al mio contorno, perché sapevo che vi erano diverse vie di fuga.
Continuai negli anni a seguirle, a percorrerle ma non trovai mai nessun punto di arrivo.
I miei punti di arrivo sono parallelamente incerti.
La mia natura è osservare...
quella retta che non incontra mai un punto ma nel viaggio nel raggiungerlo diviene adulta.
Le mie certezze sono dubbi!
Chi non si pone domande non avrà risposte, non avrà la possibilità di toccare i contorni, gli orli indefiniti un’emozione o di un’utopia o di una logica serenità. Perché in essi vi è sempre un impalpabile verità. Tra tante verità bugiarde.
Ricordo una citazione:
«L’ingegno di un uomo si giudica meglio dalle sue domande che dalle sue risposte».
Concludo con:
Rivolgo la mia stima ai pochi superstiti che in sé possiedono l'acuità del silenzio nel percepire le domande prive di risposte.
Elogio l’intelligenza taciturna ma capillare, contro la superficialità fragorosa e caotica di bocche sguarnite di pensiero.

 

 

Laddove c'è fine, la genesi trova nella forma la sua ragione. Tutto ciò che termina trova nella sua storia immagini, parole, sensazioni, azioni, fato ed emozioni, tutto quello che permette alla storia di rimanere tua, di rimanere viva, di rimanere eterna! Partiamo da lì perché ciò che nel domani viviamo lo dobbiamo al passato più vicino, quello legato al nostro cuore e donato al nostro tempo. I quattro elementi naturali come acqua, terra, fuoco e aria hanno la caratteristica di essere in accordo, oppure, in opposizione tra di loro; dall’interazione di questi elementi hanno origine tutti i fenomeni del cosmo: la nascita, la morte, la trasformazione. Le forze che permettono l’interazione degli elementi sono due: l’amore, forza attrattiva, e la discordia (o odio), forza repulsiva. Quindi prendiamo il meglio di ciò che è passato nella forza e nello stato e rendiamolo nuovo per quello che verrà ...come il sole all'Alba del suo tramonto!

 

Anno 2020, molti dicono..."da dimenrticare" – ma questo, se ben pensiamo, sarà impossibile farlo o, comunque, difficile. Le parole più ricorrenti, che abbiamo ascoltato o letto, in tutti i giorni del decorso anno sono state: pandemia, emergenza, covid, vaccini. Ogni sera, poi, i bollettini legati al caos pandemico ci stampavano sulla pelle come un numero di matricola tatuato, la sofferenza della morte altrui. I pensieri del mondo, del nostro paese e/o del nostro comune, si sono avvolti attorno alle stesse parole.
Molti di noi, avendo nella vita appreso circostanze legate alla morte come conseguenza di innumerevoli tragedie, hanno pensato di essere pronti alle "emergenze". Abbiamo vissuto indirettamente terremoti, calamità, tragedie sociali che, però, coinvolgevano altri ed in tutti i casi riguardavano persone a noi sconosciute e, pertanto, non ci è stato consentito di "soffrire" poiché dopo avere acquisito le varie informazioni, è bastato un piccolo gesto sul telecomando per evadere da quei difficili momenti.
Ma oggi è toccato a noi e se non direttamente sono state coinvolte persone a noi vicine, parenti, amici o soggetti che avevamo incontrato anche solo un volta. Da ciò ne sono scaturiti dolori e sofferenze eclettiche che hanno trovato rivoli in ciascuno di noi, che ci ha colpito con effetto domino, che ci ha fatto percepire la metamorfosi della configurazione della terra, che ci ha fatto respirare la fisionomia del dolore, che ci ha fatto prendere coscienza di una "emergenza" globale presente tutti i giorni, tutte le ore, non valutabile, imponderabile, indefinibile e imprevedibile nelle conseguenze.
E' impossibile non pensare al lacerante patimento e afflizione di tutti coloro che non hanno potuto regalare la loro affettuosa presenza, l'amore, il saluto "finale" ai loro cari ricoverati in nosocomi o in case di riposo; impossibilità che lasceranno nel nostro futuro lacere ferite, incancellabili mancanze per i baci non dati, per le carezze non fatte, per i mancati saluti, per le lacrime non fluite.

Tutto questo certamente rimarrà alle nostre spalle ma ci saranno momenti per ricordare: di non avere a volte riconosciuto persone perchè indossavano la mascherina, l'impegno dei medici e degli infermieri, le regole, i ripensamenti politici, i mezzi militari in fila, con i fari che bucavano la nebbia e con i carichi di morte, le persone in fila fuori ai supermercati, alle farmacie, ai negozi (quando erano aperti), le persone in fila per prelevare un sacchetto con pochi necessari viveri, le lamentele di chi era stato costretto a chiudere l'attività senza ricevere aiuti da parte di uno Stato già in difficoltà, le ipotesi (a volte contrastanti) di quei virologi che – invece - avrebbero dovuto rassicurarci, alle condizioni di solitudine e di isolamento, la didattica a distanza dei nostri figli, la paura intrisa di disperazione di chi ha perso il lavoro e di coloro che sono stati messi ai margini.
Per ricordare i dolori e le sofferenze per la vita e per la morte.
Per ricordare l'immagine più forte, si, la più forte, quella del Santo Padre la sera del 27 marzo 2020, quando sotto il pianto del cielo, le pietre antiche contarono i suoi passi stanchi, che guidarono il candore di seta marezzata tra il bene e il male; quei passi che, giunti al bagnato Cristo, s'unirono al silenzioe all'irreale oblio del mondo. Vite nel buio perse stettero impietrite al fischio, al lampeggìo inibite, mentre, un sacro bronzo il Lete rallegrò. Il Santo Padre, inerme, al centro dello spazio vuoto, disegnò una croce e, sussurrando al vento l'urbi et orbi, ogn'uomo assolse. E Scorsero lacrime dentro le case.

 

 

Ieri un altro bambino ucciso per dispetto, ma passato nel più assoluto silenzio!
Neanche le belve ammazzano la prole.
Non basta più il virus che miete con la falce tante vittime ogni giorno! Ora ci si mettono di mezzo anche i padri che, armati dicoltello e di pistola, uccidono i figli per far dispetto alle mogli o compagne !
Io mi chiedo "Ma come fai, è tuo figlio, l'hai tenuto in braccio, quando è nato te lo sei stretto al cuore? Ora l'hai trasformato in arma di ricatto e tu sei diventato la più feroce delle belve!".
Per far dispetto all'altro tu lo uccidi, diventando carnefice e assassino ti macchi le mani del sangue di un bambino, tuo figlio! Ma che belva sei diventato?
Belva?
No.... le belve non ammazzano la prole!

 

 

Sono tre giorni che sento rimbombare nella mia testa le urla di una donna, che, dalla televisione, grida: "Non so neanche dov'è!" Chi? Di cosa parla?
Mi documento e capisco che in una RSA sono morte in modo atroce, asfissiate da monossido, delle ospiti, nel sonno. Alcune sono state portate nei vari ospedali di zona, altre sono morte, sole, senza un affetto, senza una parola, senza un familiare che le tenesse loro la mano!
Allora, io dico che è proprio vero il detto degli antichi: "Una mamma cresce 100 figli, ma 100 figli non possono avere cura di una mamma!". Anzi la chiudono in un ricovero!
E non mi si dica che è per impegni lavorativi, perché questi luoghi deposito di anziani sono anche molto cari!
Con la stessa spesa, e anche meno, si può incaricare una persona e lasciare il proprio caro o la propria cara a casa sua fra le cose che l'hanno accompagnato per una vita; allora anche l'altro detto risulta vero: "Occhio non vede, cuore non duole ! ". Quindi si prende la persona anziana e la si strappa dal suo ambiente, come quando si trapianta una piantina in un altro vaso, si raccolgono armi e bagagli e via al ricovero! Se poi lì non è curata e le condizioni di vita non sono ottimali, non interessa a nessuno: solo se il soggetto muore, poi si urla e si piange! Io dico, a che pro?

 

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