di Massimo Reina
C’era polvere nell’aria, il sole era una lama affilata sopra Mogadiscio, e l’auto su cui viaggiavano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si fermò in una strada sbagliata, in un giorno sbagliato. Forse. Perché il 20 marzo 1994 non fu un caso, non fu una coincidenza, e di certo non fu solo un agguato. Fu un’esecuzione.
Più di trent’anni dopo, il mistero è ancora qui, pesante come un macigno. Un’indagine che porta dritta in un vicolo cieco, tra fascicoli spariti, testimoni morti, depistaggi studiati a tavolino. Un processo che ha imprigionato per anni un uomo innocente, mentre i veri responsabili restavano nell’ombra. Una verità che non si può dire ad alta voce, perché qualcuno ha deciso che Ilaria e Miran dovevano essere dimenticati, archiviati in una delle tante storie senza colpevoli che l’Italia si porta dietro come un fardello.
Ma loro non erano solo due nomi su un fascicolo polveroso. Lei, giornalista con un’ossessione per la verità, ostinata come lo sono quelli che non si accontentano della versione ufficiale. Lui, operatore con l’occhio allenato a raccontare il mondo per immagini, con il coraggio di chi sa che certe storie vanno mostrate, anche quando fanno male. Stavano indagando su traffici illeciti, armi, rifiuti tossici sepolti in una terra già martoriata dalla guerra. Stavano scoprendo troppo, e qualcuno ha deciso che dovevano tacere per sempre.
Il tempo ha provato a portarli via, a cancellare i loro nomi dalla memoria collettiva. Ma ogni anno, il 20 marzo, tornano a bussare alle nostre coscienze. E noi dovremmo fare quello che facevano loro: fare domande, pretendere risposte, non accontentarci mai delle mezze verità.
Perché non si uccide mai solo una persona. Si uccide la sua voce, il suo lavoro, il suo diritto di raccontare. Ma se c’è una cosa che chi ha ordinato quel delitto non ha capito, è che certe storie, per quanto sepolte, continuano a vivere.
Finché qualcuno avrà il coraggio di ricordarle.
E io che scrivo queste righe, so purtroppocosa significa trovarsi lì, dove la guerra non è una scenografia da dibattito, ma un mostro che inghiotte vite, riduce città in cimiteri, lascia cicatrici che non si vedono in televisione. So cosa significa raccontare il dolore senza filtri, con la polvere nei polmoni, il sudore incrostato sulla pelle, il rumore delle esplosioni che ti sveglia di notte. Non dai piani alti di un hotel a cinque stelle, non dietro scorte blindate, il comfort dei chilometri di distanza dalle battaglie, ma nei vicoli, nelle case sventrate, nei rifugi improvvisati dove la gente si stringe per non morire.
Ecco perché oggi non ricordo solo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Rendo omaggio a loro e a tutte le migliaia di miei colleghi eroi, perché tali sono, che hanno sofferto, sono stati torturati o sono morti per raccontare la verità. Ai miei fratelli e sorella reporter di guerra siriani, libanesi, palestinesi, russi, francesi, americani, arabi, italiani. A chi ha camminato nei crateri delle bombe per dare voce agli ultimi. A chi ha scelto di non vendersi, sapendo che dire la verità ha un prezzo. A chi è stato fatto sparire, incarcerato, ucciso, perché troppo scomodo.
Le guerre sono belle solo in TV, nei talk show e nei salotti radical chic, dove si discute di geopolitica con un calice di vino in mano, sulla pelle degli altri. Noi, invece, lo sappiamo: la guerra non è un concetto astratto. È sangue, fame, paura. È il bambino che stringe un giocattolo nel fango di un campo profughi. È la madre che non ha più lacrime per piangere suo figlio. È la puzza della morte, che ti resta attaccata ai vestiti e all’anima.
Eppure continuiamo ad andare, a scrivere, a filmare. Perché qualcuno deve farlo. Qualcuno deve raccontare quello che gli altri non vogliono vedere.