di Massimo Reina
C’era una volta un giovane cantante che scriveva "Il mio nome è mai più", un inno contro la guerra firmato insieme a Ligabue e Piero Pelù. C’era una volta un artista che si prendeva gioco di Oriana Fallaci, definendola una guerrafondaia nostalgica con la sua "passione per la guerra che le ricordava quando era giovane e bella". C’era una volta, appunto.
Oggi quel cantante è invecchiato, e come una vecchia Fiat Panda che dopo anni in garage si crede una Ferrari, si è riscoperto esperto di geopolitica e stratega militare. Jovanotti, il pacifista di ieri, oggi è in prima fila nel grande carrozzone del pensiero unico bellico. Esulta per la guerra, inneggia alla Terza Guerra Mondiale contro la Russia, con la convinzione che bombardare a tappeto sia il miglior modo per difendere la pace. Un concetto innovativo: difendere la pace con le bombe, la libertà con la censura e l’Ucraina – che non fa parte né dell’UE né della NATO – con i soldi degli italiani che hanno problemi ben più urgenti di Zelensky e dei suoi amici.
L'ex menestrello dell’amore spensierato è diventato il trombettiere della guerra, senza farsi troppe domande su quale pace, quale libertà e quale giustizia si stia difendendo. Nessun accenno alle stragi di civili russofoni nel Donbass, nessuna parola sui gruppi neonazisti ucraini che comandano il paese, nessun interesse per i laboratori di armi biologiche a due passi dalla Russia. Putin è il mostro, Zelensky l'eroe, l’America la madre amorevole. Punto. Non serve leggere, informarsi, dubitare. Basta sventolare la bandiera giusta, cantare la canzoncina pacifista quando non serve e poi indossare l’elmetto quando gli ordini dall’alto cambiano.
Ma la domanda è: perché non si scalda così tanto per i curdi massacrati dalla Turchia? O per i palestinesi sterminati dagli israeliani? O per gli yemeniti, massacrati dai sauditi con le armi occidentali? Forse perché quei conflitti non hanno l’hashtag giusto? O forse perché l’informazione non li trasmette in diretta TV con un filtro Instagram patriottico?
Certi artisti e i loro amici radical chic finto progressisti, così facendo, si comportano e agiscono come quei razzisti, guerrafondai e “fascisti” che di solito accusano loro. Perché, alla fine, il pacifismo a corrente alternata è solo un modo elegante per restare sempre dalla parte del più forte.