di Massimo Reina
C’è chi la memoria non ce l’ha. E poi c’è chi la usa a corrente alternata, a seconda di ciò che fa comodo. La Senatrice a vita Liliana Segre, simbolo vivente della tragedia della Shoah, appartiene alla seconda categoria.
Ogni volta che parla di storia, l’Europa intera si ferma ad ascoltare, come se le sue parole fossero scolpite nella pietra. Peccato che, quando si tratta di selezionare vittime e carnefici, la sua bussola morale sembri malfunzionante.
Prendiamo le sue ultime dichiarazioni: “Atterrita da Trump, con lui l’invaso diventa invasore.” Ora, non sarò certo io a difendere Trump, ma sentire la Senatrice Segre dispensare lezioni su chi è l’invasore e chi è l’invaso, mentre evita accuratamente di pronunciare la parola “Israele” quando si parla di oppressione, lascia quanto meno perplessi. Perché, diciamolo chiaro: se c’è oggi un esempio di Stato invasore, colonizzatore, praticante dell’apartheid e dedito a massacri sistematici, è proprio Israele. Ma, a quanto pare, l’indignazione della Segre ha un raggio d’azione selettivo: se la fa esplodere un palestinese è terrorismo, se la fa esplodere un F-16 israeliano è autodifesa.
L’oblio selettivo sulla liberazione
Ma il capolavoro arriva quando la Segre, nel ricordare la sua liberazione dai campi di concentramento, ringrazia gli americani, riuscendo a dimenticare proprio coloro che, concretamente, aprirono i cancelli dei lager: i soldati dell’Armata Rossa. Già, perché mentre Hollywood ci racconta che la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta da John Wayne e Tom Hanks, la verità è che Auschwitz e molti altri campi furono liberati dai russi, con un costo umano che nessun’altra nazione ha mai pagato: oltre 26 milioni di morti per abbattere il nazismo. Ma a quanto pare, riconoscerlo sarebbe sconveniente, soprattutto in un’epoca in cui la Russia è il nuovo nemico perfetto.
Eppure, Wikipedia – quella stessa Wikipedia che i nostri editorialisti di regime usano come fonte sacra quando fa comodo – riporta senza mezzi termini che la Segre fu liberata il 1º maggio 1945 da un sottocampo del lager di Ravensbrück, grazie all’Armata Rossa. Ma niente, per la Segre la storia funziona a compartimenti stagni: i buoni sono sempre gli stessi, i cattivi cambiano in base agli equilibri politici del momento.
Dalla memoria storica alla propaganda
Ci sarebbe da indignarsi, ma in fondo è solo l’ennesima dimostrazione di come la memoria, da valore universale, sia stata ridotta a strumento di propaganda. Se la tragedia della Shoah deve insegnare qualcosa, dovrebbe essere il rifiuto di ogni oppressione, di ogni apartheid, di ogni occupazione illegale. Ma evidentemente, per la Segre, la sofferenza di un popolo vale più di quella di un altro. E così, mentre il mondo assiste al genocidio quotidiano dei palestinesi, chi dovrebbe ricordarci cos’è l’orrore preferisce voltarsi dall’altra parte.
E allora, a questo punto, meglio non parlare di memoria. Perché quella vera è un’arma troppo potente per lasciarla nelle mani di chi la usa solo quando gli conviene.