di Monica Vendrame
C’è un paradosso che attraversa l’Europa come una crepa profonda. Da un lato, un continente che si vanta di essere culla di diritti umani e solidarietà; dall’altro, una macchina politica che sembra aver dimenticato il valore delle vite che dovrebbe proteggere. Mentre la Grecia veniva lasciata affondare nella crisi, con il suo popolo vessato, umiliato e condannato a pagare un debito per generazioni, oggi l’Europa non esita a stanziare 170 miliardi per sostenere l’Ucraina, con la prospettiva di aggiungerne altri 800 per il riarmo. Una disparità che fa riflettere: perché alcune vite valgono più di altre?
E mentre i leader occidentali accolgono Zelensky con abbracci e standing ovation, incoraggiandolo a proseguire una guerra che si combatte “fino all’ultimo ucraino”, nelle città ucraine si consuma una tragedia silenziosa. Uomini comuni, padri di famiglia, vengono prelevati con la forza per le strade, nei negozi, nei supermercati, strappati alle loro vite e alle loro case. Sono i “volontari” di una guerra che non hanno scelto, costretti a imbracciare un fucile mentre gridano disperati: “Ho un bambino a casa!”.
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video arruolamento forzato
Queste storie, però, raramente raggiungono i grandi schermi. Perché? Perché è più facile parlare di eroismo, di resistenza, di principi da difendere, che mostrare il volto straziato di un uomo che implora di tornare dal figlio. È più comodo tifare per una guerra combattuta con il sangue degli altri, seduti comodamente davanti a uno schermo, che guardare in faccia la realtà: la guerra non ha vincitori, solo vittime.
Eppure, c’è chi continua a sostenere che questa sia la strada giusta. Che sia necessario armare, finanziare, spingere avanti il conflitto, come se la guerra fosse una partita a scacchi e non una tragedia umana. Ma a quale prezzo? Quante altre vite devono essere sacrificate sull’altare di una retorica che parla di libertà e democrazia, ma che in realtà nasconde interessi geopolitici e ambizioni di potere?
Forse è il momento di chiedersi: è davvero questo il modello di Europa che vogliamo? Un’Europa che si illude di esportare pace e giustizia, ma che in realtà alimenta conflitti e divide il mondo in buoni e cattivi, dimenticando che dietro ogni bandiera ci sono persone, famiglie, storie?
La guerra non è un gioco. Non è uno spettacolo. È dolore, distruzione, perdita. E finché continueremo a voltare lo sguardo, finché preferiremo il rumore delle armi al silenzio delle coscienze, saremo complici di questa macchina infernale. Perché la vera domanda non è chi vincerà la guerra, ma chi sopravviverà alla pace.