di Lorenzo Rossomandi
Ci sono voluti anni. Anni durante i quali ci hanno guardato di nascosto a sguazzare felici nell’acqua fredda, inconsapevoli. Poi, con pazienza chirurgica, hanno iniziato ad alzare la temperatura. Poco alla volta. Quasi impercettibilmente.
Così ci hanno abituati a un degrado progressivo dell’etica e della morale in politica, a un linguaggio sempre meno istituzionale, sempre più volgare, divisivo, violento. Hanno alimentato paure costruite ad arte: il diverso, lo straniero, il disabile — bersagli comodi e redditizi per chi ha interesse a mantenere il popolo impaurito e disorientato.
Tutto con estrema cautela, senza forzature evidenti. Nessuno strappo, solo piccoli aggiustamenti. Un grado alla volta.
La rana stava iniziando a bollire.
E poi è arrivato Trump.
Sapete cosa penso davvero del suo avvento? Che potrebbe essere, paradossalmente, un aiuto inaspettato. Una scossa termica. Uno shock.
Un innalzamento improvviso e brutale della temperatura, talmente rapido da impedire il torpore. Un risveglio. Potrebbe rappresentare l’occasione per rianimare chi stava lentamente cedendo alla passività, per superficialità o per stanchezza.
Trump potrebbe non essere solo una minaccia, ma un’opportunità. Perché nella sua brutalità evidenzia ciò che per troppo tempo è stato normalizzato. Ci costringe a guardarci allo specchio, a chiederci se davvero vogliamo accettare che la democrazia — per quanto imperfetta — venga trattata come carta straccia da chi la disprezza.
Ora la domanda è un’altra: vogliamo svegliarci?
Perché il tempo del prossimo voto si avvicina. E sarà fondamentale.
Non per salvare un’ideologia. Non per tifare un partito. Ma per riaffermare che esistono ancora cittadini disposti a lottare per un mondo in cui i principi democratici siano la base, e non un fastidioso orpello da eliminare.
L’acqua è calda.
Ma siamo ancora in tempo per saltare fuori.